Mister Patterson Dog On The Road
“Soltanto un motociclista riesce a capire perché i cani amano mettere la testa fuori dal finestrino.”
Percorsi in moto reali, itinerari motociclistici documentati, tracce GPX scaricabili.
Su Mister Patterson – Dog on the Road trovi viaggi in moto realmente percorsi, raccontati con precisione e accompagnati da file GPX pronti all’uso. Non suggerimenti teorici né selezioni turistiche costruite a tavolino, ma strade testate sul campo, in Italia e in Europa, lungo strade secondarie, valichi di montagna, confini e territori poco frequentati.
Ogni itinerario in moto nasce da un’uscita reale ed è descritto in modo concreto: chilometri, tempi di percorrenza, soste, condizioni dell’asfalto, tratti sterrati, meteo e imprevisti. Le tracce GPX moto permettono di seguire il percorso con precisione su Garmin e altre app di navigazione, mentre i testi aiutano a capire dove si sta andando e cosa aspettarsi lungo la strada.
Percorsi in moto, viaggi on e off-road e tracce GPX verificate
Passo Pennes, Passo Giovo e Passo Palade in moto
Da Bolzano a Mezzolombardo in moto attraverso Pennes, Giovo e Palade Partire da Bolzano per raggiungere Mezzolombardo potrebbe sembrare un semplice trasferimento tra Alto Adige e Trentino. La traccia racconta invece quasi 200 chilometri di strade alpine, tre valichi e continui cambiamenti di quota, temperatura e paesaggio. Il percorso attraversa la Val Sarentino, raggiunge il Passo Pennes, scende verso Vipiteno, supera il Passo Giovo e la Val Passiria, quindi risale al Passo Palade prima di entrare in Val di Non. È un itinerario interamente asfaltato, ma non va sottovalutato. Le distanze non sono enormi, mentre la concentrazione richiesta dalle curve e dai dislivelli si fa sentire. Da Bolzano si imbocca la SS 508 seguendo le indicazioni per Sarentino. L’uscita dalla città avviene rapidamente e la strada entra nella parte più stretta della valle, affiancando il torrente Talvera. Le gallerie si alternano a brevi aperture nella roccia e nei primi chilometri occorre abituarsi ai cambi di luce. L’asfalto è generalmente regolare, ma nelle zone in ombra può restare umido anche quando a Bolzano la giornata sembra già pienamente estiva. Il traffico locale è presente, soprattutto nelle ore lavorative, senza però compromettere il piacere della guida. Superato Sarentino, la valle si allarga per qualche chilometro. Campi, masi e versanti coperti di boschi accompagnano una strada che comincia a salire con maggiore decisione verso Campolasta e Pennes. Le curve diventano più frequenti, ma restano leggibili e permettono di mantenere un ritmo fluido. La carreggiata non è sempre larga e conviene lasciare spazio ai mezzi agricoli e agli autobus, che da queste parti non hanno ancora imparato a diventare trasparenti. Avvicinandosi al Passo Pennes la vegetazione si dirada. Il bosco lascia progressivamente posto ai pascoli e alle pietraie delle Alpi Sarentine, mentre l’aria diventa sensibilmente più fresca. Il valico raggiunge i 2.211 metri e rappresenta il punto più alto dell’intero itinerario. Gli ultimi chilometri sono esposti al vento e soggetti a repentini cambiamenti meteorologici. Anche in estate non è raro trovare temperature basse, nebbia o piccoli residui di ghiaia portati sulla carreggiata dall’acqua. La strada rimane piacevole, ma richiede una guida pulita, soprattutto nei tornanti e nelle curve che nascondono il tratto successivo. La discesa sul versante settentrionale è più severa. Alcuni passaggi sono stretti e il fondo può presentare rattoppi, sporco ai margini oppure materiale trascinato dai pendii. Perdendo quota ricompaiono gli alberi e la strada entra nella valle che conduce verso Campo di Trens e Vipiteno. Qui cambiano nuovamente temperatura e traffico. Dopo il relativo isolamento del Pennes si torna tra paesi, incroci e attività commerciali. Vipiteno è anche uno dei punti più comodi per una sosta o per rifornire, evitando di affrontare il valico successivo con l’indicatore della benzina impegnato in previsioni pessimistiche. Da Vipiteno si procede verso Casateia e si imbocca la SS 44 in direzione del Passo Giovo. La salita attraversa la Val Giovo con una sequenza più serrata di curve e tornanti. Il fondo, in condizioni normali, offre una buona aderenza, anche se la strada risente del clima alpino e delle manutenzioni stagionali. Il Passo Giovo, a circa 2.094 metri, collega la Valle Isarco con la Val Passiria ed è il collegamento più diretto tra Vipiteno e Merano. Rispetto al Pennes è generalmente più frequentato. Motociclisti, ciclisti, automobili e mezzi turistici impongono di non allargare le traiettorie, neppure quando la curva sembra invitare a farlo. La discesa verso San Leonardo in Passiria è lunga e varia. Nella parte alta prevalgono tratti aperti, tornanti e visuali profonde sulla valle. Più in basso la strada entra tra boschi, abitazioni e piccoli nuclei abitati. Le temperature salgono rapidamente e, proseguendo verso Rifiano e Merano, il paesaggio alpino lascia spazio a vigneti, meleti e vegetazione più mediterranea. Questa escursione termica è una delle caratteristiche tecniche del giro. Nell’arco di poche ore si passa dal caldo del fondovalle all’aria sottile dei valichi, per poi ritrovare nuovamente temperature elevate nella conca meranese. Attraversata l’area di Merano si continua verso Lana, dove comincia la salita della SS 238 al Passo Palade. È una strada diversa dalle due precedenti. La quota massima è più contenuta, 1.518 metri, e gran parte del percorso si sviluppa nel bosco. La salita è lunga, regolare e ben raccordata, con curve ampie alternate a tornanti più stretti. L’ombra mantiene spesso l’asfalto fresco e in alcuni punti umido. In autunno bisogna considerare anche foglie e terriccio, mentre durante la stagione turistica il traffico può diventare consistente. Partire presto o scegliere un giorno feriale permette di affrontare questo tratto con maggiore continuità. Dal Passo Palade si scende verso Senale e Fondo, entrando nell’Alta Val di Non. Il paesaggio cambia ancora. Le pareti alpine si allontanano e compaiono altopiani coltivati, paesi ordinati e vaste distese di meleti. Attraverso Fondo, Ronzone e la viabilità che conduce verso Dermulo si raggiunge la zona del lago di Santa Giustina. In questo settore il percorso diventa più scorrevole, anche se gli attraversamenti abitati, le rotatorie e il traffico locale richiedono attenzione. L’ultimo tratto segue la direttrice della Val di Non verso Taio, la Rocchetta e Mezzolombardo. La strada perde quota con curve veloci, gallerie e tratti dove il traffico commerciale può essere più presente. Dopo l’ambiente raccolto dei valichi, il ritmo cambia inevitabilmente. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Prima della partenza è opportuno controllare il bollettino ufficiale della viabilità altoatesina, perché Passo Pennes e Passo Giovo possono essere interessati da chiusure stagionali, lavori o limitazioni. Mezzolombardo arriva dopo circa 199 chilometri, quando le montagne si aprono sulla Piana Rotaliana e la strada torna definitivamente alla quota del fondovalle.
Itinerario in moto tra la Strada del Vino e la Val di Non
Dal Lago di Caldaro alla Val di Non in moto, passando per la Mendola La traccia prende avvio nella zona di Termeno, poco a sud di Caldaro, e misura circa 96 chilometri. Non è un itinerario lungo, ma concentra in una distanza relativamente contenuta tre ambienti molto diversi: i vigneti dell’Oltradige, la salita rocciosa del Passo della Mendola e l’altopiano coltivato della Val di Non. Il punto finale si trova a Frangarto, frazione di Appiano sulla Strada del Vino, alle porte di Bolzano. Da Termeno si procede verso nord seguendo la Strada del Vino dell’Alto Adige. La carreggiata attraversa una campagna ordinata, occupata quasi interamente da vigneti, masi e aziende agricole. Siamo a poco più di 200 metri di quota e il clima, soprattutto durante l’estate, può essere decisamente caldo. Non è raro partire con oltre trenta gradi e trovare aria molto più fresca meno di un’ora dopo, una volta raggiunta la Mendola. Il passaggio verso Caldaro avviene su strade ben tenute, con curve morbide e numerosi accessi laterali. Qui non serve una guida aggressiva. Trattori, mezzi agricoli, ciclisti e automobili che entrano nelle cantine fanno parte del paesaggio quanto i filari. Durante la vendemmia può comparire anche un po’ di terra sull’asfalto, soprattutto vicino agli ingressi dei poderi. Nulla di drammatico, purché si guardi la strada invece delle insegne delle enoteche, attività che in moto produce risultati generalmente migliori. Caldaro si trova ai piedi della Costiera della Mendola, mentre il lago rimane più in basso, sul lato orientale dell’abitato. Il territorio fa parte della Strada del Vino dell’Alto Adige, un percorso che collega sedici comuni tra Nalles e Salorno. Attraversato il paese, la traccia punta verso Pianizza di Sopra e raggiunge l’innesto della SS42. Da questo momento cambia tutto. La montagna chiude l’orizzonte, la vegetazione si infittisce e la strada comincia a salire con decisione. Il Passo della Mendola raggiunge quota 1.363 metri e collega l’Oltradige con l’Alta Val di Non. Sul versante altoatesino la salita supera circa 900 metri di dislivello attraverso una sequenza di tornanti e tratti scavati sotto la parete rocciosa. L’asfalto è generalmente buono, ma alcuni raccordi e rattoppi possono rendere meno uniforme la traiettoria. Le curve sono leggibili, alternate a traversi più veloci, con parapetti e punti esposti che permettono di vedere Caldaro, la Valle dell’Adige e, quando l’aria è limpida, le montagne sul versante opposto. La carreggiata non è particolarmente stretta, tuttavia nei tornanti conviene mantenere una linea prudente. Autobus, camper e ciclisti possono occupare più spazio del previsto. Il traffico aumenta nei fine settimana estivi, mentre al mattino presto la salita è più scorrevole e la temperatura gradevole. Nei tratti in ombra possono restare umidità, foglie e piccoli depositi di ghiaia, specialmente dopo un temporale. Sul passo sono presenti bar e strutture dove fermarsi, ma il rifornimento è più comodo a Caldaro, Appiano, Fondo oppure nella zona di Cles. Superata la Mendola, la discesa verso Ronzone, Sarnonico e Cavareno è più aperta. Il panorama cambia nuovamente. La roccia lascia spazio a boschi, prati e frutteti, mentre la quota rimane per diversi chilometri vicina ai mille metri. La strada permette un’andatura regolare, con curve ampie e buona visibilità, anche se gli attraversamenti dei paesi richiedono attenzione. Qui la moto scorre bene senza bisogno di forzare, e proprio per questo è facile arrivare troppo allegri alla prima rotonda. Da Cavareno la traccia scende attraverso Romeno e Sanzeno, entrando nella parte centrale della Val di Non. Il territorio non è una valle stretta nel senso tradizionale. È un ampio altopiano inciso profondamente dal torrente Noce e dai suoi affluenti, con paesi distribuiti sui due versanti e grandi distese di meleti. Le variazioni di quota sono continue ma mai estreme. Raggiunta Dermulo, il percorso si avvicina al Lago di Santa Giustina, il grande bacino artificiale formato dallo sbarramento del Noce. La traccia prosegue nella zona settentrionale del lago e risale verso gli abitati oggi riuniti nel comune di Novella. Le strade locali presentano carreggiate più raccolte, curve ravvicinate e qualche tratto nel bosco. Il fondo è asfaltato, ma può essere meno uniforme rispetto alla SS42, con giunti, rattoppi e materiale portato sulla sede stradale dai mezzi agricoli. Il passaggio tra Cagnò, Revò, Cloz e Brez attraversa una delle zone più tranquille dell’itinerario. I meleti seguono il profilo delle colline e lasciano apparire, a tratti, le gole scavate dal torrente Novella. Qui conta più la precisione che la velocità. Le curve cambiano raggio, gli incroci sono frequenti e qualche casa si affaccia direttamente sulla carreggiata. Da Brez si raggiunge Fondo, principale centro dell’Alta Val di Non e punto utile per una sosta o per fare rifornimento. La traccia ritrova quindi la SS42 e ripercorre il collegamento verso il Passo della Mendola. Affrontata in direzione opposta, la strada mostra un carattere diverso. Il versante trentino sale gradualmente, mentre la vera discesa comincia oltre il valico. Sul lato di Caldaro i tornanti richiedono una buona gestione del freno motore e uno sguardo lungo. La temperatura cresce rapidamente, il bosco si dirada e tornano i vigneti. Raggiunto l’Oltradige, il percorso passa nell’area di Appiano e prosegue verso Frangarto, a circa 250 metri di quota, dove termina nei pressi di Castel Firmiano. La montagna resta alle spalle, con la linea della Mendola ormai alta sopra i filari. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Dalla Carinzia alla Slovenia in moto
Ci sono itinerari che attraversano un confine e altri che, nel giro di pochi chilometri, sembrano cambiare più volte Paese, paesaggio e perfino carattere. Questa traccia tra Austria e Slovenia appartiene decisamente alla seconda categoria. Si parte da Maria Rain, poco a sud di Klagenfurt, e si arriva a Völkermarkt dopo circa 269 chilometri di strade secondarie, salite, discese, boschi e piccoli centri. In mezzo ci sono la Carinzia meridionale, le montagne della Slovenia settentrionale, la salita verso Rogla e il ritorno in Austria attraverso Soboth e la valle della Drava.
Il Monte Grappa in moto lungo il versante di Porteghetti
Il Monte Grappa offre parecchi modi per complicarsi piacevolmente la giornata in moto. Si può salire da uno dei versanti più conosciuti, raggiungere la zona sommitale, bere qualcosa e tornare verso la pianura con la ragionevole soddisfazione di aver fatto il proprio dovere. Oppure si può seguire una traccia come questa, lunga circa 122 chilometri, che parte da Crespano del Grappa, attraversa ripetutamente il settore settentrionale del massiccio e termina a Cismon del Grappa passando dalla strada di Porteghetti. È una soluzione meno lineare, con diversi cambi di quota e una parte centrale percorsa più volte. In pratica, il Grappa non viene semplicemente attraversato. Viene studiato con una certa ostinazione. Da Crespano del Grappa si comincia a salire quasi subito, lasciando alle spalle la fascia pedemontana trevigiana. Il paese si trova poco sotto i 300 metri di quota e il passaggio verso la montagna è netto. Le case diventano più rade, la vegetazione si stringe attorno alla carreggiata e le pendenze obbligano a trovare presto un ritmo regolare. La strada è asfaltata, ma non sempre larga e uniforme. Nei tratti ombreggiati possono restare umidità, foglie e piccoli residui trascinati dall’acqua, soprattutto fuori dalla stagione estiva. Conviene guidare lasciando respirare la moto, senza entrare nelle curve con l’ottimismo di chi pensa che dietro ogni tornante ci sia necessariamente asfalto pulito. La salita attraversa il versante meridionale del massiccio e porta rapidamente sopra i mille metri. I tornanti sono frequenti, alternati a tratti più distesi nei quali si percepisce la quota guadagnata. Cambiano anche luce e temperatura. Il bosco protegge dal sole e trattiene l’umidità, poi si apre lasciando spazio ai prati, alle malghe e alle dorsali spoglie del Grappa. In pochi chilometri si passa dalla pianura veneta a un ambiente decisamente montano, esposto al vento e soggetto a cambiamenti meteorologici molto rapidi. La traccia raggiunge una quota massima registrata di circa 1.720 metri, restando nell’area superiore del massiccio e vicino a Cima Grappa, la cui vetta arriva a 1.775 metri. Qui la guida cambia ancora. Le curve sono generalmente più leggibili, ma il fondo può presentare rattoppi, crepe e ghiaia portata ai margini della carreggiata. In alcuni punti il panorama si apre verso la pianura, in altri verso la valle del Brenta e il Feltrino. Non è però una strada da affrontare distratti dal paesaggio. La carreggiata resta una strada di montagna, frequentata da ciclisti, escursionisti, animali al pascolo e veicoli che spesso occupano più spazio di quanto il buon senso consiglierebbe. Il passaggio nella zona sommitale ricorda anche la funzione militare avuta dal Grappa durante la Prima guerra mondiale. Strade, gallerie, postazioni e collegamenti furono realizzati o ampliati per sostenere il fronte dopo Caporetto. Il Sacrario di Cima Grappa custodisce i resti di oltre ventimila soldati italiani e austroungarici. Anche attraversando il massiccio senza fermarsi a lungo, è difficile considerare queste montagne come un semplice campo giochi per motociclisti. La strada rimane piacevole da guidare, certo, ma corre dentro una geografia segnata pesantemente dalla storia. Superata la parte più alta, l’itinerario piega verso nord e comincia a perdere quota in direzione di Seren del Grappa. La discesa richiede una guida ordinata. Alcuni tornanti chiudono più del previsto, la pendenza mette alla prova i freni e nei tratti dentro il bosco la visibilità diminuisce. Meglio usare il freno motore e conservare un margine, perché incontrare un ramo, una chiazza umida o una manciata di ghiaia a moto già inclinata è un’esperienza istruttiva, ma non necessariamente da inserire nel programma. Avvicinandosi a Seren il paesaggio si addolcisce. Compaiono prati, abitazioni sparse e piccoli nuclei rurali, mentre la montagna lascia intravedere la valle dello Stizzon e il settore del Feltrino. In questa parte sono più facili anche una sosta e un eventuale rifornimento, mentre sulle strade alte del Grappa non conviene affidarsi alla speranza. Partire con carburante sufficiente è una precauzione banale, ma continua a funzionare sorprendentemente bene. La particolarità della traccia emerge proprio sul versante settentrionale. Dopo la prima discesa, il percorso torna a salire verso Forcelletto e la viabilità alta, ripercorre parte del collegamento con Seren e affronta nuovamente la montagna. Non è quindi un classico anello continuo. Ci sono tratti sovrapposti e cambi di direzione che portano il dislivello complessivo ben oltre quello di una sola salita. Per chi vuole guidare, e non semplicemente raggiungere una destinazione, è una caratteristica interessante. Permette inoltre di leggere la stessa strada in entrambi i sensi, scoprendo quanto una curva apparentemente semplice in salita possa diventare più impegnativa quando la si affronta in discesa. Tornati ancora una volta nella parte alta, la traccia abbandona il collegamento principale con Seren e si dirige verso il margine occidentale del massiccio. La strada si fa più appartata e meno accomodante. La discesa verso Porteghetti presenta carreggiata stretta, numerosi tornanti e tratti nei quali vegetazione e pareti rocciose riducono la visuale. Non è il posto adatto per improvvisare traiettorie larghe. Occorre considerare la possibile presenza di veicoli in senso contrario, anche quando la strada sembra dimenticata dal resto del mondo. Scendendo attraverso la Val Cesilla, la quota cala rapidamente e il clima cambia ancora. Il bosco diventa più fitto, l’aria meno esposta e le pareti della valle del Brenta cominciano a chiudere l’orizzonte. Porteghetti è il passaggio che collega questa strada secondaria con Cismon del Grappa. L’ultimo tratto porta verso il fondovalle, a circa 300 metri di altitudine, dove ricompaiono la viabilità ordinaria e il corso del Brenta. Dopo 122 chilometri, tre province sfiorate e parecchi metri di quota guadagnati più di una volta, la traccia termina a Cismon senza bisogno di aggiungere altro. La montagna, in compenso, ha già detto parecchio.
Passo San Marco in moto, da San Pellegrino Terme a Morbegno
Venerdì 10 luglio 2026 sono partito da Verona con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak e, dopo il trasferimento autostradale, alle dieci ero a San Pellegrino Terme. La traccia vera comincia qui, davanti all’imbocco dell’alta Val Brembana, e termina a Morbegno dopo circa 67 chilometri. Distanza contenuta, ma il dislivello e il continuo cambio di ambiente la rendono molto più intensa di quanto suggerisca il numero sul navigatore. Da San Pellegrino si segue la SS470 risalendo il corso del Brembo. Il primo tratto attraversa San Giovanni Bianco e prosegue verso Piazza Brembana con un andamento scorrevole, curve ampie e diversi passaggi tra pareti rocciose, bosco e abitati. Il traffico del venerdì mattina era presente ma senza diventare fastidioso. Qui la Pikes Peak lavora quasi in scioltezza: seconda e terza marcia bastano per tenere un ritmo regolare, senza dover trasformare ogni sorpasso in una pratica amministrativa. Superata Piazza Brembana, la valle si restringe e la strada cambia carattere. Si passa da Olmo al Brembo e si punta verso Mezzoldo, dove l’altitudine comincia a farsi sentire anche nella temperatura. Le case diventano più rade, il bosco si avvicina alla carreggiata e le curve iniziano a chiudere con maggiore decisione. L’asfalto è generalmente buono, ma nei tratti ombreggiati conviene lasciare un margine per umidità, piccoli riporti di ghiaia e rattoppi. Nulla di complicato, purché si guidi guardando oltre la curva invece di fissare il metro davanti alla ruota. Dopo Mezzoldo comincia la salita vera al Passo San Marco. La strada prende quota con una lunga sequenza di tornanti e tratti esposti, alternando rampe più sostenute a brevi respiri. La carreggiata non è larga e la visibilità cambia continuamente, perciò la linea pulita vale più della fretta. Salendo, il bosco lascia spazio ai pascoli e alle rocce delle Orobie. Anche la luce cambia. A quasi duemila metri l’aria è più fresca e il motore sembra lavorare in un ambiente completamente diverso da quello lasciato poche decine di chilometri prima. Poco sotto il valico si incontra la zona di Cà San Marco, legata alla storica Via Priula, costruita alla fine del Cinquecento per collegare il territorio bergamasco alla Valtellina e ai commerci verso i Grigioni. La vecchia casa cantoniera risale al 1593. Non serve essere appassionati di storia per capire perché questa strada esista: basta guardare la linea del passo e immaginare uomini, merci e animali attraversare queste montagne molto prima che arrivassero asfalto, mappe digitali e motociclisti convinti che il problema principale sia scegliere la modalità di guida. Il Passo San Marco raggiunge quota 1.992 metri e segna il passaggio dalla Val Brembana alla Valtellina. La discesa verso Albaredo per San Marco è più aperta e panoramica, ma richiede attenzione. I tornanti arrivano ravvicinati, alcune curve scaricano verso valle e la pendenza invita facilmente a entrare più forte del necessario. Il freno motore della Ducati aiuta molto, mentre la ciclistica precisa permette di cambiare direzione senza fatica, purché non si dimentichi che la strada resta aperta a tutti. Dopo Albaredo la vegetazione torna più fitta, la quota cala rapidamente e l’aria si scalda. Le ultime curve accompagnano verso il fondovalle, poi compaiono le prime case di Morbegno e il traffico riprende il suo spazio. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Il percorso finisce qui, con la Ducati ferma e il Passo San Marco ormai alle spalle.
Lessinia, Monte Baldo e Sdruzzinà: un anello motociclistico tra Verona e Trentino
Ci sono itinerari che non hanno bisogno di presentarsi con fanfare, adesivi celebrativi o proclami da esploratore con il bauletto in alluminio lucidato a specchio. Arrivano, fanno il loro mestiere e ti ricordano perché la moto, quando incontra la strada giusta, diventa ancora una delle poche invenzioni umane davvero riuscite. Questo giro parte da Negrar, nel cuore della Valpolicella, a pochi chilometri da Verona, e disegna un anello che attraversa alcuni dei luoghi più belli e guidati tra Lessinia, Monte Baldo e primo Trentino. È un percorso perfetto per chi cerca curve, quota, panorami, cambi di ambiente e quella piacevole sensazione di passare da un mondo all’altro senza dover esibire passaporti, visti, autocertificazioni o altre forme di inutile sofferenza burocratica. L’itinerario tocca Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, la dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, la salita della Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e rientra verso Negrar. Un anello compatto, ma ricco. Di quelli che sembrano semplici sulla mappa e poi, curva dopo curva, iniziano a raccontare molto di più. La partenza da Negrar è già una dichiarazione d’intenti. Siamo in Valpolicella, terra di colline, vigneti, pietra, borghi e strade che salgono quasi subito. Per chi arriva da fuori, questa zona è una porta ideale verso la Lessinia: abbastanza vicina alla pianura da essere comoda, abbastanza montana da far capire subito che il giro non sarà una processione dietro un furgone del latte. Salendo verso il Ponte di Veja, il paesaggio cambia rapidamente. La Valpolicella lascia spazio alla pietra della Lessinia, ai prati, alle contrade, a quella bellezza antica e ruvida che non ha bisogno di vendersi bene su Instagram. Il Ponte di Veja è uno dei luoghi più particolari della zona: un enorme arco naturale di roccia, imponente e silenzioso, quasi un monumento costruito dalla natura quando ancora l’uomo era impegnato a capire come non farsi mangiare da qualcosa con più denti di lui. Passare da qui in moto significa entrare davvero nel carattere della Lessinia. Non è ancora alta montagna, ma non è più collina. È un territorio intermedio, con una sua identità precisa: strade strette ma godibili, curve regolari, piccoli centri abitati, boschi, muretti, pascoli e quella luce limpida che nelle giornate giuste sembra togliere peso anche ai pensieri. Da Ponte di Veja si prosegue verso Fosse, uno dei riferimenti classici per chi gira in moto in Lessinia. Qui la guida diventa fluida, piacevole, mai estrema. È una zona che invita a tenere un ritmo pulito, senza isterie da fenomeno del passo. La moto scorre, il panorama accompagna, e il motociclista intelligente capisce subito che il bello non sta nell’arrivare prima, ma nel non sprecare la strada. Da Fosse il percorso si dirige verso Peri, scendendo progressivamente verso la valle dell’Adige. È uno di quei tratti che fanno apprezzare la varietà del giro: si lascia l’altopiano, si perde quota, il paesaggio si apre e il ritmo cambia. La montagna si ritira per un momento e lascia entrare il respiro più ampio della valle. Peri è un piccolo punto di passaggio, ma importante nella logica dell’itinerario. Qui si percepisce il collegamento naturale tra la Lessinia veronese, il Monte Baldo e il Trentino meridionale. Per chi viene da lontano, è uno di quei momenti in cui la geografia diventa evidente anche senza guardare il navigatore: da una parte le pareti e i rilievi della Lessinia, dall’altra la direzione del Baldo, con l’Adige che taglia il territorio come una vecchia strada d’acqua. E poi, naturalmente, si ricomincia a salire. Perché un giro del genere senza una bella salita sarebbe come un raduno motociclistico senza qualcuno che spiega la pressione delle gomme a uno sconosciuto: tecnicamente possibile, ma contro natura. La salita verso Spiazzi porta il percorso dentro il mondo del Monte Baldo, una montagna molto amata dai motociclisti perché offre strade panoramiche, cambi di quota e una posizione unica tra il Lago di Garda, la Val d’Adige e le Prealpi. Spiazzi è noto anche per il vicino Santuario della Madonna della Corona, incastonato nella roccia sopra la valle. Anche senza deviare verso il santuario, la zona ha un fascino evidente: la strada sale, l’aria cambia, il panorama si allarga. La guida diventa più distesa, ma non banale. Ci sono tratti in cui si lascia scorrere la moto e altri in cui conviene restare ben presenti, perché la montagna è generosa, ma non ha mai firmato contratti di tutela per motociclisti distratti. Il tratto lungo la dorsale del Baldo è uno dei momenti più belli dell’intero anello. Qui il giro diventa panoramico, aperto, quasi sospeso. La strada segue il profilo della montagna, alternando curve, rettilinei brevi, cambi di luce, vedute improvvise. Non è solo una questione di guida: è la sensazione di attraversare un territorio verticale, dove il lago, la valle e i rilievi sembrano dialogare tra loro. Per chi arriva da altre regioni italiane o dall’estero, il Monte Baldo merita davvero attenzione. Non è soltanto “la montagna sopra il Garda”. È una lunga dorsale ricca di biodiversità, storia, pascoli, rifugi, strade militari e percorsi panoramici. In moto regala quel tipo di piacere che non dipende dalla velocità, ma dalla qualità del tracciato. E questa, nel 2026, è quasi una forma di resistenza culturale contro l’imbecillità del “più forte, più veloce, più rumoroso”. La dorsale del Baldo va guidata con rispetto. Il traffico può cambiare molto a seconda della stagione, del giorno e dell’orario. Ci possono essere ciclisti, escursionisti, auto lente, animali, ghiaia portata dalle piogge, lavori stradali e quei meravigliosi esseri umani che decidono di fermarsi dove non dovrebbero perché hanno visto un panorama e il cervello si è scollegato dal resto del corpo. Niente di tragico: basta guidare con testa. Dopo la dorsale, il percorso scende verso Chizzola e Ala, entrando nel Trentino meridionale. Qui il giro cambia ancora pelle. Si passa dal paesaggio aperto del Baldo al fondovalle dell’Adige, con un’atmosfera diversa, più ordinata, più alpina, più trentina. Ala è un paese interessante, elegante, con un centro storico che racconta un passato importante. Per il motociclista, però, il suo ruolo in questo itinerario è soprattutto quello di trampolino verso una delle salite più godibili della zona: la Sdruzzinà. E qui il discorso si fa serio, nei limiti in cui può esserlo un essere umano vestito da astronauta stradale che va a cercare curve per stare meglio. La Sdruzzinà è una salita che non va sottovalutata. Non è una strada estrema, non serve arrivarci con il curriculum da pilota del Tourist Trophy, ma ha carattere. Sale decisa, con curve interessanti, carreggiata non sempre ampia e un ambiente che si fa rapidamente più montano. È il tratto in cui il giro smette di essere solo panoramico e diventa più tecnico. Qui contano traiettorie pulite, sguardo lungo, freni usati con criterio e quella vecchia abitudine, purtroppo sempre meno diffusa, di tenere acceso il cervello durante la guida. La Sdruzzinà piace perché non è finta. Non è una strada addomesticata per il turismo comodo. Ha una sua personalità, e proprio per questo va rispettata. Se affrontata con calma e precisione, regala una guida molto appagante. Se affrontata come se si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno, può ricordarti in fretta che l’asfalto non è morbido e che la vanità non protegge le clavicole. Salendo, il paesaggio si chiude e si apre a tratti, alternando bosco, tornanti, scorci e piccoli spazi dove la montagna torna protagonista. È una delle parti più belle del giro per chi ama la guida vera: non difficile per forza, ma viva. Arrivati a Sega di Ala, la sosta è quasi naturale. Non solo perché il posto lo merita, ma perché dopo un tratto come la Sdruzzinà fermarsi diventa parte del viaggio. Qui il paesaggio è quello dell’alta Lessinia trentina, con prati, boschi, malghe e un’aria che ha già il sapore della quota. La pausa con panino e birra non è un dettaglio gastronomico. È un rito motociclistico. È il momento in cui si toglie il casco, si appoggiano i guanti, si riguarda la moto e si fa pace con il mondo per qualche minuto. Anche con quello stesso mondo che, appena torni in pianura, ricomincerà probabilmente a produrre traffico, email inutili e discussioni su argomenti che nessuno capisce davvero. Sega di Ala è un ottimo punto di sosta perché si trova nel cuore del giro, dopo una bella salita e prima del rientro verso il Passo Fittanze. Non è solo una pausa: è un cambio di ritmo. Serve a rimettere insieme corpo, strada e pensieri. Da Sega di Ala si prosegue verso il Passo Fittanze, uno dei valichi più interessanti della zona. Il passo collega il Trentino con la Lessinia veronese e rappresenta uno di quei luoghi in cui il confine amministrativo conta poco, mentre conta moltissimo il paesaggio. Qui si attraversa un ambiente alto, aperto, spesso ventilato, con grandi prati e un senso di spazio che rende il passaggio particolarmente piacevole. Il Fittanze non è un passo famoso come quelli dolomitici, non ha il culto mediatico dello Stelvio o del Gavia, non si presenta con folle oceaniche e file di moto parcheggiate come se qualcuno avesse convocato un concorso mondiale di scarichi aftermarket. Ed è proprio questo uno dei suoi pregi. È un passo più sobrio, più appartato, più autentico. Perfetto per chi ama viaggiare senza trasformare ogni sosta in una conferenza stampa su sé stesso. La strada richiede comunque attenzione. In quota il fondo può cambiare, soprattutto dopo maltempo o nei periodi di passaggio stagionale. La presenza di animali, sporco, ghiaia o mezzi agricoli non è impossibile. Nulla che debba spaventare un motociclista preparato, ma abbastanza da sconsigliare l’atteggiamento del supereroe con casco modulare aperto e autostima fuori revisione. Dal Passo Fittanze si rientra verso Sant’Anna d’Alfaedo, tornando in territorio veronese. Il paesaggio della Lessinia riprende il comando: pietra, pascoli, contrade, curve morbide, piccoli paesi e quella sensazione di montagna vicina ma mai ostile. Sant’Anna d’Alfaedo è un altro punto importante per orientarsi in questa zona. Da qui si può scendere di nuovo verso la Valpolicella e rientrare a Negrar, chiudendo l’anello. La parte finale è piacevole proprio perché accompagna il ritorno senza diventare noiosa. La guida resta interessante, ma il ritmo può farsi più rilassato. È il momento in cui il giro sedimenta. E mentre si torna verso Negrar, ci si rende conto che questo itinerario ha funzionato perché non ha cercato di strafare. Non servono mille chilometri, cinque stati attraversati e tre lingue sbagliate al distributore per costruire un bel viaggio. A volte bastano una partenza ben scelta, una sequenza intelligente di strade e un territorio che cambia volto più volte nell’arco dello stesso anello. Questo percorso merita perché unisce tre anime diverse. La prima è la Valpolicella, con la sua partenza morbida, collinare, elegante, perfetta per entrare nel giro senza fretta. La seconda è la Lessinia, più ruvida e autentica, fatta di pietra, prati, contrade, strade alte e panorami che non hanno bisogno di effetti speciali. La terza è il Monte Baldo e il Trentino meridionale, con la dorsale panoramica, la discesa verso l’Adige, la salita della Sdruzzinà e il passaggio da Sega di Ala e Passo Fittanze. Per un motociclista italiano o europeo, questo anello è interessante perché concentra in pochi chilometri una varietà sorprendente. Si passa dalla collina vitivinicola alla montagna prealpina, dalla valle dell’Adige alle strade alte del Baldo, dalle curve tecniche della Sdruzzinà ai pascoli del Fittanze. È un giro compatto, ma mai povero. Anzi, è uno di quei percorsi che dimostrano quanto sia inutile misurare un viaggio solo con il contachilometri. La moto qui lavora bene. Non serve una supersportiva, non serve un’enduro estrema, non serve presentarsi con una moto carica come se si stesse partendo per attraversare la Mongolia e invece si sta andando a mangiare un panino a quaranta chilometri da casa. Una crossover, una naked, una sport-tourer, una classica moderna o una maxienduro stradale vanno benissimo. Quello che serve davvero è guidare puliti, rispettare la strada e non confondere la passione con il bisogno infantile di fare rumore. Il giro è adatto a motociclisti con un minimo di esperienza su strade di montagna. Non presenta difficoltà estreme, ma richiede attenzione nei tratti più stretti, nelle salite e nelle discese, soprattutto tra Sdruzzinà, Sega di Ala e Passo Fittanze. Conviene controllare sempre il meteo prima di partire, perché in Lessinia e sul Baldo le condizioni possono cambiare rapidamente. In quota, anche in giornate apparentemente tranquille, vento, temperatura e fondo stradale possono essere diversi rispetto alla pianura. Dopo piogge recenti è bene aspettarsi qualche tratto sporco, ghiaia in curva o umidità nelle zone d’ombra. Per chi arriva dall’estero o da altre regioni, Verona è un’ottima base di partenza. Si può organizzare il giro come anello giornaliero, inserendolo in un viaggio più ampio tra Lago di Garda, Dolomiti, Trentino, Lessinia e Valpolicella. Chi viaggia con calma può abbinarlo a una visita al Santuario della Madonna della Corona, a una sosta sul Lago di Garda o a un passaggio più lungo sulle strade della Lessinia. Per mangiare, Sega di Ala resta una sosta perfetta: semplice, concreta, motociclisticamente sensata. Panino, birra, panorama e via. Perché non sempre serve un ristorante con tovaglia, spiegazione del menù e porzioni disegnate con le pinzette. A volte la felicità ha il rumore di un cavalletto laterale che scende e il profumo del pane appena tagliato. L’anello Negrar, Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e ritorno a Negrar è uno di quei percorsi che spiegano bene perché il Nord Italia sia una zona straordinaria per andare in moto. Non è un giro da collezionisti di passi famosi. Non è una passerella. Non è una gara mascherata da turismo. È un itinerario vero, vario, guidato, panoramico e profondamente godibile. Ha il fascino della Lessinia, l’apertura del Baldo, il carattere della Sdruzzinà e la sobrietà del Fittanze. È una strada da percorrere senza fretta, con rispetto e con quella disposizione mentale che ogni motociclista dovrebbe coltivare: partire per guidare, non per dimostrare. Guardare il paesaggio, ascoltare la moto, lasciare che le curve facciano il loro lavoro. Alla fine, il bello è tutto lì. Una buona strada, una moto pronta, un panino a metà giro e il ritorno verso casa con la sensazione netta di aver attraversato qualcosa di più grande di una semplice sequenza di chilometri. Perché certi itinerari non servono solo a spostarsi. Servono a ricordarsi perché si parte.
Non solo Garda: il giro sporco, alto e bellissimo verso Crocedomini
Ci sono giri in moto che iniziano come una normale uscita domenicale e poi, senza chiedere permesso, diventano una piccola avventura. Questo è uno di quelli. Partenza da Verona, zona Bussolengo, con la BMW R12 GS pronta a fare il suo mestiere: portarci lontano dalla pianura, dai semafori, dalle rotonde e da quell’umanità automobilistica che considera la corsia una vaga opinione personale. Direzione Lago di Garda, ma non per fare la solita processione turistica con gelato, infradito e selfie davanti all’acqua. Qui il lago è solo l’antipasto. Si scende verso la sponda veronese, passando per Lazise, Bardolino, Garda e poi Torri del Benaco. È una parte apparentemente facile, quasi rilassata, ma il Garda ha sempre quella capacità fastidiosa di essere bello anche quando lo hai già visto cento volte. Cambia la luce, cambia l’aria, cambia il modo in cui la strada scivola tra paese e lago. E ogni volta ti frega. A Torri del Benaco arriva il primo cambio di scena: il traghetto per Maderno. Salire con la moto sul traghetto è sempre un piccolo rito. Si spegne il motore, si sistema la moto, si controlla il cavalletto come se da quello dipendesse la tenuta morale dell’universo, e poi per qualche minuto ci si lascia portare. Il Garda visto dal centro non è il solito lago da cartolina. È più largo, più serio, più vivo. Torri resta indietro, Maderno arriva davanti, e tu sei lì, con il casco in mano, il vento addosso e la sensazione che il giro abbia appena cambiato marcia senza nemmeno accendere il motore. Sbarcati a Maderno, si entra nella parte bresciana del Garda, che ha un carattere diverso. Meno morbida, meno mondana, più ruvida. Da qui si comincia a puntare verso l’interno, lasciando progressivamente il lago alle spalle. La strada sale, cambia ritmo, si infila tra montagne, boschi e vallate. La Valvestino e l’area verso Idro sono un passaggio perfetto tra il mondo del lago e quello della montagna vera. L’Idro arriva con il suo aspetto più severo rispetto al Garda. Meno vetrina, più sostanza. È un lago incastrato tra le montagne, meno interessato a piacere a tutti. E proprio per questo piace di più a chi cerca strade vere, non passerelle per turisti con l’aperitivo già in mano alle undici del mattino, perché evidentemente il genere umano ha deciso di arrendersi presto. Da Anfo comincia la parte che dà carattere al giro: la salita verso il Maniva passando dal Baremone. E qui bisogna essere chiari: il Baremone non è una strada da prendere sottogamba. È un passo particolare, stretto, ripido, esposto, con tratti che richiedono attenzione vera. Non è difficile nel senso eroico e teatrale del termine, ma pretende rispetto. La carreggiata non concede distrazioni, la pendenza si sente, l’esposizione pure. Con una moto come la BMW R12 GS si passa benissimo, ma bisogna guidare con testa, misura e sguardo lungo. Chi vuole fare il fenomeno qui rischia solo di diventare argomento di conversazione per quelli che arrivano dopo. La salita del Baremone ha però una bellezza tutta sua. È una strada che sembra arrampicarsi dentro la montagna, con scorci improvvisi, tornanti secchi, pareti vicine e vuoti che ricordano al motociclista una cosa semplice: siamo ospiti. La moto sale piena, stabile, con quella sensazione da GS vecchia scuola, solida, concreta, poco interessata alle chiacchiere. La R12 GS qui trova pane per i suoi denti: motore pronto, posizione naturale, controllo, equilibrio. Non serve correre. Anzi, sarebbe quasi offensivo. Qui il bello è salire bene, puliti, presenti. Arrivati in zona Maniva, il paesaggio cambia ancora. L’aria diventa più fresca, la strada più alta, la luce più aperta. Si entra in quota. E quando si punta verso Crocedomini arriva un altro elemento fondamentale del giro: lo sterrato. Tra Maniva e Crocedomini si procede infatti su strada sterrata. Niente fuoristrada estremo, niente Dakar del condominio, niente impresa da raccontare gonfiando il petto al bar. Però è sterrato vero, di montagna, e come tale va preso con attenzione. Fondo variabile, pietrisco, buche, tratti più compatti e altri più mossi. La R12 GS lo affronta bene, ma anche qui vale la regola eterna: la moto può fare molto, il pilota deve evitare di rovinare tutto con l’entusiasmo di un criceto sotto caffeina. Il tratto Maniva-Crocedomini è forse il cuore più selvatico del giro. Dopo l’acqua del Garda, dopo il traghetto, dopo l’Idro e la salita esposta del Baremone, trovarsi su quella strada alta, sterrata, tra montagne e silenzio, dà al percorso una completezza rara. Non è solo un giro panoramico. È un passaggio di ambienti: lago, valle, salita, quota, sterrato, rientro. Crocedomini chiude idealmente la parte alta del viaggio. Da lì in poi si comincia lentamente a rientrare, portandosi addosso quella stanchezza buona che arriva quando la moto non è stata solo un mezzo, ma una specie di compagna di attraversamento. Si torna verso Verona con la testa ancora lassù, tra il Baremone e lo sterrato, mentre il traffico normale ricomincia a sembrare una punizione amministrativa. Questo giro, fatto con la BMW R12 GS, è uno di quelli che spiegano bene perché certe moto hanno senso. Non perché siano comode per andare al bar, non perché facciano scena parcheggiate davanti alla gelateria, ma perché ti permettono di unire mondi diversi in una sola giornata: il Garda elegante, il traghetto, l’Idro più ruvido, la salita ripida ed esposta del Baremone, il Maniva e lo sterrato verso Crocedomini. Non è un giro impossibile. Non è un’impresa epica. Ma è un giro da fare con rispetto: gomme in ordine, meteo controllato, orari del traghetto verificati, benzina sufficiente e testa collegata prima del polso destro. Perché la strada, quando è così bella, non ha bisogno che tu faccia l’eroe. Ha solo bisogno che tu sappia starci dentro.
Strade alte della Carnia tra asfalto e ghiaia
Il giro parte nell’area tra Gemona del Friuli, Osoppo e Artegna, quella fascia di territorio dove la pianura friulana comincia a piegarsi verso le montagne senza fare troppa scena. La traccia GPX modificata segna un anello di circa 257 chilometri, fatto in una bella giornata di giugno con la BMW R12 GS, con partenza poco sotto i 200 metri di quota e punto più alto oltre i 1.800 metri. Non è un percorso infinito, ma è denso. E quando un itinerario è denso, spesso stanca più di uno lungo e banale, perché qui non si sta solo seduti a consumare benzina come se fosse un dovere civico. I primi chilometri salgono verso Gemona e Venzone, passando dentro un Friuli che porta ancora addosso la memoria del terremoto del 1976. Gemona è uno di quei luoghi dove la parola ricostruzione non è decorativa. Il Duomo, le pietre rimesse insieme, il centro storico tornato in piedi, raccontano una tenacia concreta, poco incline alla retorica. Venzone, cinta dalle mura medievali e famosa anche per le sue mummie conservate nella cripta, arriva poco dopo come una parentesi severa e precisa. In moto si attraversa senza bisogno di teatralità: strada pulita, fondo generalmente buono, curve dolci e traffico variabile secondo l’orario. La mattina presto resta la scelta migliore, perché più tardi la valle si popola di auto, ciclisti e turisti convinti di essere soli al mondo, fenomeno scientificamente ancora non spiegato. Da Resiutta e Chiusaforte la traccia prende direzione nord, lungo la Val Canale, con l’asfalto che si fa più alpino e meno accomodante. La carreggiata resta leggibile, ma le ombre dei versanti trattengono umidità e sporco, soprattutto dopo piogge recenti. La R12 GS lavora bene in questo ambiente: posizione alta, controllo facile, motore elastico e sospensioni capaci di assorbire rattoppi, giunti e qualche bordo rovinato. Qui conviene guidare rotondi. Le curve non chiedono aggressività, chiedono misura. Entrare sporchi di freno o larghi di traiettoria in queste valli è un modo elegante per ricordarsi che la montagna non ha senso dell’umorismo. La salita verso Passo Pramollo cambia completamente il ritmo. Si sale decisi, con quota che cresce e vegetazione che si infittisce. Il valico, collegato all’area austriaca di Nassfeld, porta il giro fuori dall’Italia, anche se solo per una parte dell’anello. Serve quindi avere con sé carta d’identità valida per l’espatrio o passaporto, patente, carta di circolazione e assicurazione. Per l’Austria, sulle autostrade è richiesta la vignetta, ma su questo giro si resta su viabilità ordinaria. In moto è comunque sensato portare un kit di pronto soccorso, perché oltre confine certe cose non sono considerate folklore da baule, ma dotazione seria. Sul versante austriaco l’ambiente cambia senza bisogno di cartelli poetici. L’ordine stradale diventa più netto, i margini sono curati, le case e i pascoli raccontano Carinzia più che Friuli. L’asfalto di solito è buono, ma nelle zone alte possono comparire ghiaia fine, acqua di scolo e residui portati dai temporali. La strada alterna tratti scorrevoli a curve più chiuse, con discese dove non bisogna lasciare lavorare solo il freno posteriore come se dovesse pagare lui il viaggio. La luce di giugno in quota taglia il paesaggio in modo secco, con passaggi rapidi tra sole pieno e ombra fredda. È una guida bella, ma non distratta. Il rientro verso il Friuli avviene attraverso la zona di Cason di Lanza, uno dei tratti più interessanti della traccia. La malga si trova attorno ai 1550 metri, nello spartiacque tra Paularo e Pontebba. Qui la strada diventa più stretta, più concreta, meno educata. Il fondo può presentare buche, rattoppi, ghiaia ai bordi e sporco nei tornanti. Con la BMW R12 GS non è un problema, purché la si guidi come una maxienduro e non come una sportiva travestita. Le curve chiudono, il bosco nasconde la visibilità e la carreggiata, in alcuni punti, non concede spazio a interpretazioni creative. Meglio tenere margine, guardare lungo e usare il motore più della fretta. Scendendo verso Paularo, Treppo Carnico e poi l’area di Ravascletto, la Carnia si prende il centro del viaggio. Case in pietra e legno, prati inclinati, torrenti, boschi fitti e quel silenzio da valle laterale che sembra sempre un po’ più serio del necessario. Il Monte Zoncolan, noto al ciclismo e agli impianti invernali, viene agganciato dalla traccia nella parte alta, dove la quota supera abbondantemente i 1700 metri. La salita è fisica, la discesa richiede lucidità. Dopo molte curve la stanchezza arriva mascherata da confidenza, ed è proprio lì che bisogna diventare noiosi. Essere noiosi, in moto, a volte salva il conto del carrozziere. La parte verso Ovaro, Sauris e Casera Razzo è quella che dà al giro il carattere più alpino. Sauris vive tra lago, boschi, pascoli e tradizioni di origine germanofona. Qui il prosciutto affumicato con legno di faggio è parte reale della cultura locale, non un adesivo gastronomico messo lì per vendere taglieri a gente con gli scarponcini puliti. La strada che porta verso Casera Razzo sale alta, fino oltre i 1.800 metri nella traccia, con fondo variabile e tratti dove la ghiaia ai lati rientra facilmente in traiettoria. In una giornata asciutta di giugno è un passaggio piacevole, ma resta montagna: luce forte, vento possibile, temperatura più fresca e curve dove l’errore si paga subito, senza ricevuta. Il rientro verso Ampezzo, Verzegnis, Cavazzo Carnico e poi Gemona chiude l’anello abbassando progressivamente la quota. La strada torna più larga, ma non per questo va sottovalutata. Nei fondovalle il caldo aumenta, l’asfalto cambia grip e il traffico riprende densità. Dopo Casera Razzo e Sauris sembra quasi di scendere da un altro giro, uno di quelli dove il Friuli non è più solo Friuli, ma confine, Carnia, Austria, malghe, boschi e strade sporche quanto basta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Dalle Langhe al Monferrato in moto passando per la Liguria interna
Partire da Borgo San Dalmazzo il 23 maggio 2026 con una Ducati Multistrada V4 S Pikes Peak significa avere già chiaro che la giornata non sarà una semplice passeggiata tra colline. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, e in questo caso serve davvero seguirla con attenzione, perché il giro cambia pelle più volte: pianura cuneese, prime ondulazioni verso le Langhe, passaggio sul Bormida, ingresso nella Liguria interna, poi risalita verso l’Ovadese e il Novese, fino a chiudere nei pressi di Libarna, dove la strada moderna passa accanto a quella memoria romana che ogni tanto ricorda a noi motociclisti che l’idea di viaggiare scomodi non l’abbiamo inventata noi. Da Borgo San Dalmazzo si parte a circa 640 metri di quota, con l’aria ancora fresca della valle e le montagne alle spalle. La zona non è neutra: qui il territorio porta addosso la memoria delle valli cuneesi, delle vie di transito verso la Francia e della Resistenza. Uscendo verso Boves, la strada si muove con andamento ordinato, ancora largo, senza quella cattiveria sottile che arriverà più avanti. Boves merita rispetto prima ancora che una sosta. Il paese è legato all’eccidio del 19 settembre 1943, una delle prime rappresaglie tedesche contro civili dopo l’armistizio. Passarci in moto non significa fare turismo della memoria, formula orrenda che qualcuno prima o poi stamperà su una brochure. Significa attraversare un luogo reale con il casco acceso anche dentro la testa. La SP311 verso Morozzo lascia progressivamente il clima di valle. Il fondo è generalmente scorrevole, ma su queste provinciali piemontesi conviene non innamorarsi troppo della traiettoria pulita: qualche rattoppo, giunti consumati, residui agricoli ai margini e brecciolino nei tagli delle curve fanno parte del paesaggio tanto quanto i campi. La Multistrada Pikes Peak qui lavora bene, anzi benissimo, purché non la si tratti come se ogni provinciale fosse una pista appena lavata da commissari svizzeri. Morozzo introduce alla pianura più aperta, quella dove l’occhio prende respiro e il motore resta basso, con una guida di raccordo. Il traffico è locale, mezzi agricoli compresi, più evidente nelle ore centrali e vicino ai paesi. Al mattino presto la strada è più pulita come ritmo, non sempre come fondo. Rocca de’ Baldi arriva con un cambio di tono. Il castello, nato come struttura difensiva e poi trasformato nei secoli in residenza signorile, oggi ospita anche il Museo Storico Etnografico Augusto Doro, dedicato alla cultura contadina del territorio. È un passaggio coerente con il giro, perché qui la moto attraversa un Piemonte meno celebrato e più concreto, fatto di cascine, fossi, cortili, case basse e strade che non cercano effetti speciali. Dopo Rocca de’ Baldi e Mirabello la traccia comincia a puntare verso le colline vere. Non è ancora Langa scenografica da cartolina, e meglio così. Le curve diventano più frequenti, il piano si rompe, il paesaggio prende pieghe lunghe. Murazzano è uno dei punti alti del giro, anche in senso culturale. Siamo nelle Langhe cuneesi, con colline più asciutte, noccioleti, prati, boschi e crinali che guardano verso la valle del Belbo e del Bormida. Il paese dà il nome al Murazzano DOP, formaggio a pasta fresca prodotto con latte ovino di pecora delle Langhe, puro o misto con quota prevalente ovina. È una notizia utile anche al motociclista, perché le soste non servono solo a fare foto al cupolino. Servono a capire dove si sta passando e magari a mangiare qualcosa che non sia l’ennesimo panino industriale con consistenza da guarnizione per lavandino. La salita verso Murazzano e poi l’andamento per Bragioli mettono in evidenza la parte più bella della guida. La quota si avvicina agli 800 metri, la luce cambia, l’aria si asciuga, la vegetazione passa da campi aperti a tratti più ombrosi. Le curve non sono tutte uguali: alcune entrano morbide e chiudono in ritardo, altre si appoggiano al versante e invitano a far scorrere la moto, ma basta poco per trovare ghiaia nel punto in cui un trattore è uscito da una laterale. Il ritmo giusto non è quello aggressivo. È quello continuo, pulito, da terza marcia intelligente, una cosa che l’umanità potrebbe applicare anche alle discussioni sui social, ma non pretendiamo miracoli. Dopo il fiume Bormida, Gottasecca segna un passaggio più severo. Qui il paesaggio diventa meno pettinato. La SP9 e poi la SP33 bis entrano in un territorio di crinali, boschi e valloni, dove il confine culturale inizia a farsi sentire ancora prima di quello amministrativo. Il Piemonte agricolo delle Langhe alte lascia spazio a una zona di margine, storicamente abituata ai passaggi, agli scambi, alle strade secondarie. Lodisio e la SP29 bis accompagnano verso Piana Crixia, ormai in provincia di Savona. Il cambio di regione non è un cartello e basta. È una variazione di dialetto, di edilizia, di vegetazione, di luce. Le case sembrano più liguri anche quando il mare non si vede, le strade si fanno più strette e il fondo pretende più attenzione. Piana Crixia è uno dei punti geologicamente più interessanti del percorso. Il Parco naturale regionale è noto per i calanchi e per il Fungo di pietra, una formazione alta circa 15 metri costituita da un masso ofiolitico sostenuto da una colonna modellata dall’erosione. Qui la moto attraversa una Liguria interna che non ha nulla della cartolina costiera. Niente stabilimenti, niente traffico da infradito, niente scooter che spuntano da ogni pertugio come zanzare con assicurazione. Solo colline scavate, argille, strade che seguono il terreno e un microclima diverso, più umido nei fondovalle e più ventilato sui dossi. Da Piana Crixia verso Squaneto e Mioglia la guida diventa più raccolta. La carreggiata può restringersi, l’asfalto alterna tratti discreti a zone più vissute, con rattoppi e avvallamenti. In primavera inoltrata, dopo piogge recenti, nei sottoboschi e nelle curve in ombra si può trovare sporco portato dall’acqua. La Multistrada Pikes Peak, con il suo avantreno preciso, dà molta confidenza, ma proprio per questo bisogna ricordarsi che la fiducia è una brava compagna solo finché non diventa presunzione. La SP216 sale verso Cimaferle con andamento più mosso. Qui si sente la quota più che leggerla: l’aria cambia, il bosco chiude, la strada richiede mani leggere e sguardo lungo. Il passaggio verso la SP208 e Cassinelle porta dentro l’Appennino ligure piemontese, una terra che non ama le definizioni facili. Si entra e si esce da identità diverse: Liguria interna, Monferrato meridionale, Ovadese, colline dell’Alessandrino. Il confine culturale è concreto. In pochi chilometri cambiano il modo di parlare, i prodotti, il vino, persino il modo in cui i paesi stanno sulla collina. Da queste parti il comportamento corretto è semplice: velocità bassa nei centri abitati, niente sorpassi teatrali, attenzione a ciclisti, escursionisti, animali domestici e veicoli agricoli. Sembra banale, ma evidentemente per alcuni serve ancora scriverlo, magari in corpo 72 sul serbatoio. Molare e Belforte Monferrato riportano verso un Piemonte più aperto, ma non meno interessante. Il traffico può aumentare avvicinandosi ai collegamenti principali dell’Ovadese. I distributori diventano più facili da trovare nei centri maggiori, ma sulle tratte interne conviene non giocare alla roulette della riserva. Su un giro di circa 200 chilometri non è un problema serio, però partire con il pieno resta una di quelle abitudini noiose che evitano storie ancora più noiose. Per la documentazione, essendo un percorso interamente italiano, non serve nulla di diverso da ciò che un motociclista dovrebbe avere sempre con sé: patente valida, carta di circolazione, assicurazione in regola, revisione del mezzo, documento personale. Il casco è obbligatorio, e il buon senso, purtroppo, non ancora imposto dal Codice della Strada. Casaleggio Boiro e Parodi Ligure preparano l’arrivo verso Gavi. Qui cambia di nuovo il tono. Il territorio comincia a parlare di Monferrato, di vigneti, di antiche vie tra Genova e la Pianura Padana. Gavi è dominata dal suo Forte, struttura militare legata alla Repubblica di Genova e poi alla storia sabauda. Nel 2026 le visite vanno verificate sul calendario ufficiale, anche perché sono indicati lavori e aperture programmate. Per chi arriva in moto, Gavi è una sosta naturale: strade più ordinate, paese vivo, colline coltivate, vino bianco Cortese che qui ha trovato una delle sue espressioni più note. Naturalmente chi guida assaggia con la testa, non con il bicchiere pieno. Siamo già abbastanza creativi senza aggiungere alcol e tornanti. Il tratto finale verso Libarna chiude il viaggio con una nota storica precisa. L’area archeologica, nel comune di Serravalle Scrivia, conserva i resti della città romana di Libarna, emersa soprattutto a partire dai lavori ottocenteschi per la Strada Regia dei Giovi e per le linee ferroviarie. È una fine coerente per un giro nato a Borgo San Dalmazzo, passato per Boves, le Langhe, la Liguria interna e il Monferrato. Si parte da un Piemonte alpino e resistente, si attraversa un mondo agricolo e collinare, si entra per poco in una Liguria senza mare ma piena di carattere, e si finisce davanti a una strada antica, quasi a ricordare che ogni tracciato nuovo passa sopra tracce precedenti. La giornata non è estrema, ma richiede attenzione costante. La quota non è alta come sui grandi passi alpini, però il dislivello complessivo si sente. Le salite e le discese sono continue, il fondo cambia spesso, la luce nei boschi può nascondere umido o sporco, e le curve delle provinciali non sempre perdonano l’ingresso allegro. Il periodo migliore resta la tarda primavera o l’inizio autunno, evitando le ore più calde e i fine settimana affollati nei pressi dei borghi più conosciuti. Il 23 maggio, con la vegetazione già piena e l’aria ancora non soffocante, la strada offre il suo lato più leggibile. Borgo San Dalmazzo resta alle spalle, Libarna arriva senza clamore, e la moto si spegne dopo un giro che ha cambiato provincia, regione, accento e fondo stradale senza mai perdere il filo.
Maddalena, Verdon e Col de Turini in moto
Il 22 maggio 2026 il giro parte da Beguda, poco sopra Borgo San Dalmazzo, con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak già nel suo ambiente naturale: strada vera, quota che sale presto, ritmo da tenere pulito e una giornata lunga davanti. La traccia GPX controllata conferma un anello di circa 434 chilometri, con quota massima poco sopra i 2100 metri e ritorno sempre nel Cuneese. Non è il classico giro “vado a prendere un caffè oltre confine”, anche se poi il caffè ci sta sempre. È una traversata ampia tra Alpi Marittime, Ubaye, Alta Provenza, Verdon, entroterra nizzardo e rientro dal Tenda, con un continuo cambio di paesaggio, lingua, odori, cartelli e modo di stare in strada. Da Beguda si prende la SS21 verso Demonte, Vinadio e Argentera. La Valle Stura sale con decisione ma senza cattiveria, seguendo un fondovalle largo, poi sempre più alpino. L’asfalto italiano è generalmente buono, ma qualche rattoppo, giunto e residuo invernale ai bordi non mancano, soprattutto salendo verso Argentera. La Multistrada qui lavora bene di coppia, senza bisogno di cercare guida aggressiva: curve medie, tornanti più larghi mano a mano che si prende quota, carreggiata abbastanza leggibile. A maggio, sopra i 1500 metri, il microclima cambia in fretta. Sole sul fondovalle, aria tagliente più in alto, chiazze umide dove la luce arriva tardi. È il genere di strada dove il turismo in auto può comparire all’improvviso dietro una curva, magari con la solita convinzione umana che il centro della carreggiata sia un’opinione personale. Il Colle della Maddalena, chiamato in Francia Col de Larche, segna il passaggio reale tra Italia e Francia. Siamo intorno ai 1991 metri, in un valico storico tra Alpi Cozie e Marittime, collegamento naturale tra Cuneese e valle dell’Ubaye. Qui il confine non è solo una linea amministrativa. Cambiano i cartelli, cambia la manutenzione della strada, cambia anche il comportamento medio degli automobilisti. Sul lato francese la D900 scende verso Larche e Barcelonnette con un disegno più aperto, più scorrevole, spesso con asfalto migliore ma anche con tratti dove ghiaietto e brecciolino si accumulano nelle zone d’ombra o all’esterno curva. La guida diventa meno spezzata e più rotonda. Conviene lasciar correre la moto senza forzare le staccate, perché la carreggiata invita, ma i margini alpini non perdonano l’entusiasmo da depliant. Il passaggio di confine richiede documenti in ordine. Anche in area Schengen è necessario avere carta d’identità valida per l’espatrio o passaporto valido, patente, libretto, assicurazione e carta verde se prevista dalla propria compagnia, anche se per Francia e Italia normalmente la copertura RCA europea è già integrata. In Francia, per la moto, servono casco omologato, guanti certificati CE e gilet alta visibilità da tenere a bordo. Il gilet va indossato in caso di emergenza, e fuori dai centri abitati di notte o con visibilità ridotta. È una di quelle regole semplici che diventano importanti quando sei fermo sul bordo della D900 con il vento che ti sposta la giacca e i camper che passano come se stessero pilotando navi da carico. Barcelonnette merita più di un attraversamento distratto. È il centro della valle dell’Ubaye e porta addosso una storia curiosa: tra Ottocento e primo Novecento molti abitanti della valle emigrarono in Messico, fecero fortuna nel commercio e nel tessile, poi tornarono costruendo ville borghesi con influenze Art Nouveau, Art Déco e gusto esotico. Le cosiddette ville messicane sono ancora visibili, soprattutto lungo i viali alberati. È un dettaglio che racconta bene la zona: alpina, francese, ma con una memoria migratoria inattesa. Dal punto di vista motociclistico Barcelonnette è anche un buon punto per rifornire, controllare pressione mentale e livello reale di stanchezza. La benzina qui conviene farla, perché più avanti il giro si fa lungo e frammentato. Da Barcelonnette si prosegue verso Saint Laurent e poi verso il Col Saint Jean e il Col du Fanget. Qui il percorso cambia carattere. Le strade diventano più secondarie, la vegetazione si addensa, il ritmo si abbassa. Il Col du Fanget supera i 1400 metri e attraversa una zona meno celebrata ma molto interessante per chi guida: sede stradale più stretta, curve cieche, fondo variabile, presenza possibile di sporco portato da mezzi agricoli o dal dilavamento. Non è una strada difficile, ma chiede attenzione. I tornanti non sono scenografici come quelli da cartolina, sono più pratici, inseriti in un territorio vissuto, dove una curva può aprirsi su un pascolo o chiudersi tra alberi e rocce senza preavviso. Lì la Pikes Peak va tenuta composta, evitando di sfruttare tutta la carreggiata, perché sul secondario francese ogni tanto arriva un furgone locale con idee molto chiare sulla propria traiettoria. La D7 e poi la D900A conducono verso Digne les Bains, attraversando un territorio che lascia gradualmente l’alta montagna e scende verso l’Alta Provenza. La luce cambia, più secca, più netta. La roccia diventa protagonista. Digne non è solo una città termale, è anche uno dei centri del Geoparco UNESCO dell’Alta Provenza, con la celebre Dalle aux Ammonites e un patrimonio geologico che racconta centinaia di milioni di anni. In moto si percepisce dalla strada: versanti piegati, strati inclinati, gole, pareti chiare e scure. Non serve essere geologi per capire che qui la montagna è stata torchiata, sollevata, piegata e poi consegnata ai motociclisti, categoria che almeno qualche utilità evolutiva doveva averla. Da Digne la N85 porta verso sud est. È la storica Route Napoléon, tracciato legato al ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba nel 1815, anche se la moto, per fortuna, non pretende di rifare la storia con cavalli, proclami e fanfare. La guida qui si fa più veloce, ma resta tecnica. L’asfalto è generalmente buono, la carreggiata ampia, le curve più leggibili. Il Col de l’Orme, poi la zona di Chaudon Norante e Barrême, introducono un tratto dove la strada alterna saliscendi e pieghe morbide. Attenzione però ai controlli di velocità e al diverso modo francese di gestire i limiti: nei centri abitati il limite inizia dal cartello del paese e finisce al cartello barrato. Non serve sempre il cartello numerico. Sembra una sottigliezza, fino a quando non arriva la multa a ricordare che la grammatica stradale francese è più importante del proprio umore. Barrême è uno di quei paesi dell’Alta Provenza che si attraversano facilmente senza fermarsi, ma il suo contesto racconta bene il passaggio tra montagna interna e territorio provenzale. La N202 verso il Col des Robines e poi verso il Verdon diventa uno dei tratti più piacevoli del giro. La strada segue vallate più aperte, con curve veloci, pareti rocciose e tratti dove il vento laterale può farsi sentire. Il fondo è quasi sempre sincero, ma in prossimità di accessi laterali e zone boschive è prudente aspettarsi pietrisco. La guida qui deve rimanere fluida. Frenare forte dentro la curva non serve, salvo voler discutere con l’elettronica della Ducati, che è educata ma non miracolosa. Il Verdon arriva con il Lac de Castillon e Saint Julien du Verdon. Il lago artificiale di Castillon, sul corso del Verdon, è uno specchio d’acqua incassato tra montagne e pendii, lungo diversi chilometri, con rive frequentate in stagione per balneazione e attività nautiche. Per chi viaggia in moto è soprattutto una pausa visiva: dopo ore di roccia, valichi e fondovalle, il blu del lago cambia il passo mentale. Saint Julien du Verdon si appoggia sopra l’acqua con una dimensione raccolta, più quieta rispetto alle zone più note delle gole. A maggio il traffico è ancora gestibile, molto meglio che in piena estate, quando camper, auto a noleggio e turismo distratto trasformano anche le strade belle in un test psicologico. Dal Col de Toutes Aures si scende e si risale verso Rouaine e Pont de Gueydan, entrando in una parte di percorso più complessa. Qui le strade non vanno sottovalutate. La D4202 e la D6202 lavorano tra vallate strette, pareti, ponti, gallerie e paesi. La zona di Puget Théniers, scritto correttamente così e non come lo pronuncerebbe un navigatore in crisi esistenziale, è un punto importante della valle del Var. Da qui il giro punta verso Plan du Var e poi sale con la M2565 verso il Col de Turini. Il passaggio è netto: dal fondovalle più caldo si entra nell’entroterra nizzardo, boscoso, tortuoso, verticale. La strada si stringe, la vegetazione torna fitta, l’umidità può rimanere sotto gli alberi anche quando altrove è asciutto. Il Col de Turini, a circa 1600 metri, è uno dei nomi più noti delle Alpi Marittime anche per il Rallye Monte Carlo. Su due ruote non va preso come una pista, e sarebbe utile tatuarlo sul serbatoio di qualcuno. È una strada magnifica perché tecnica: tornanti stretti, cambi di pendenza, sequenze di curve che obbligano a guardare lontano, ma anche fondo non sempre omogeneo, zone d’ombra, aghi di pino, umidità e ciclisti. La Pikes Peak qui è precisa, forse perfino troppo comunicativa se il polso destro si lascia convincere dalla scenografia. Meglio entrare larghi il giusto, chiudere puliti, uscire senza tagliare. La carreggiata non è sempre generosa e i muretti di pietra non sono morbidi per tradizione locale. Da Turini si scende verso Sospel, altro luogo dove il confine culturale si sente. La Francia qui è già quasi mediterranea ma ancora alpina, con architetture liguri, colori più caldi, ritmo diverso. Sospel ha un centro storico interessante, il ponte sul fiume Bévéra e una posizione strategica lungo le vie tra Nizza, Mentone, la Roya e il Piemonte. Nei paesi francesi conviene tenere un comportamento sobrio: casco tolto prima di entrare nei locali, saluto, pazienza, niente parcheggi da “tanto sto solo due minuti”. La moto viene rispettata, ma il motociclista rumoroso e invadente resta quello che è: un problema mobile con scarico aftermarket. Il rientro passa per il Col de Pérus e il Col de Brouis, altri due passaggi molto guidati, più raccolti rispetto al Turini ma non meno interessanti. Il Col de Brouis collega il settore di Sospel con la valle della Roya, in un ambiente dove la strada si appoggia ai versanti con curve medie, tornanti e tratti panoramici. Dopo Breil sur Roya e Tende, il percorso arriva al tunnel del Colle di Tenda, punto delicato del giro. Dopo anni di lavori e chiusure, il nuovo tunnel è stato riaperto con circolazione regolata a senso unico alternato e fasce orarie. Il 22 maggio 2026, essendo venerdì, il transito andava considerato dentro le finestre previste, con possibili attese. Prima di pianificare questo giro oggi, è indispensabile verificare gli orari aggiornati su fonti ufficiali, perché il Tenda non è un valico da improvvisare a fine giornata con il serbatoio basso e la fiducia nell’universo. L’universo, in genere, non gestisce la viabilità ANAS. Superato il tunnel, il ritorno in Italia cambia di nuovo il tono della giornata. Limone Piemonte riporta alla valle Vermenagna, con la SS20 che scende verso Vernante, Robilante e Borgo San Dalmazzo. Qui la guida torna più familiare, ma non va mollata l’attenzione. Dopo oltre quattrocento chilometri e molte ore di sella, il rischio vero non è il tornante difficile, è quello facile preso con la testa già alla doccia. L’asfalto italiano alterna buoni tratti e zone più segnate, il traffico locale aumenta scendendo, e il rientro verso Borgo San Dalmazzo chiude un anello completo, duro il giusto, molto vario e decisamente più serio di quanto dica la distanza sulla carta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. In questo caso è particolarmente utile perché il percorso attraversa molte denominazioni francesi non immediate, colli secondari, cambi di strada e paesi dove sbagliare svolta è facilissimo. I nomi sembrano messi lì per umiliare chi scrive in italiano, ma seguendo la traccia si resta sul percorso corretto senza trasformare una giornata alpina in una raccolta di deviazioni creative. Il giro finisce a Borgo San Dalmazzo, con la sensazione netta di aver attraversato tre mondi in un giorno: il Piemonte alpino, la Francia interna dell’Ubaye e dell’Alta Provenza, poi l’entroterra delle Alpi Marittime fino al ritorno dal Tenda.
Croazia e Bosnia in moto da Zara a Pisak
Maggio 2026, BMW R12 GS, Croazia e Bosnia. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Questo è uno di quei giri in cui la mappa, prima ancora della strada, ti fa capire che non stai entrando in un percorso da cartolina facile. Zara, Benkovac, Radučić, Knin, poi la 33, la M142, Bosansko Grahovo, Drvar, Šipovo, Glamoč, Livno, Buško Jezero, Aržano e Pisak. Scritti così sembrano già più ordinati, ma dal vivo i nomi cambiano faccia a ogni cartello, con accenti, grafie locali, varianti croate e bosniache. Non è un problema, anzi è parte del viaggio. Però è il motivo per cui qui la traccia GPX non è un accessorio elegante da blogger con la giacca pulita. È il filo da seguire per non trasformare una giornata di guida in un esercizio di interpretazione slava applicata alla segnaletica. La partenza da Zara ha ancora la luce dell’Adriatico, quella chiara e tagliente che sul casco arriva di lato e rende il mare una presenza continua anche quando non lo vedi più. Uscendo dalla città si lascia la costa e si entra nell’interno della Dalmazia, verso Benkovac, dove il paesaggio si asciuga subito. La strada cambia ritmo senza fare cerimonie. Meno turismo, meno traffico ordinato da lungomare, più pietra, cespugli bassi, muretti, case sparse e quella sensazione di retroterra balcanico che non concede troppe decorazioni. L’asfalto in questa prima parte è generalmente buono, ma non va guidato con leggerezza. Ci sono tratti regolari alternati a rattoppi, giunti secchi, brevi cambi di grip e qualche ingresso laterale dove può comparire ghiaietto portato dai mezzi agricoli. La R12 GS qui lavora bene, perché non chiede una guida nervosa. Va lasciata respirare tra una piega e l’altra, senza cercare la linea perfetta da pista, che su certe strade è una fantasia da gente che guarda troppi video promozionali. Verso Radučić e Knin il terreno prende più corpo. Knin non è solo un nome sulla mappa. È una città legata alla storia croata, con la grande fortezza che domina dall’alto e ricorda quanto questa zona sia stata frontiera, passaggio, presidio, ferita. Chi viaggia in moto lo percepisce anche senza fermarsi troppo. Le strade non scorrono come in una regione qualsiasi. Qui ogni valle sembra avere avuto un ruolo, ogni collina pare messa in posizione di controllo. Dal punto di vista della guida, si passa da tratti più larghi e leggibili a segmenti dove la strada si stringe e si appoggia al rilievo, con curve più lente e visibilità ridotta. A settembre il caldo della costa si attenua, ma nelle ore centrali il sole resta serio. In compenso, appena si sale di quota e ci si avvicina alle zone interne, l’aria diventa più secca, meno marina, e la vegetazione cambia. Meno oleandro da cartolina, più bosco, pietra, pascoli e silenzio. Il passaggio verso la Bosnia non è solo una riga sul navigatore. È un cambio concreto. La Croazia è Unione Europea, Schengen, euro, standard più familiari per chi arriva dall’Italia. La Bosnia ed Erzegovina è un altro mondo amministrativo e culturale, non peggiore, non migliore, semplicemente diverso. Alla frontiera conviene arrivare già pronti, senza rovistare nelle borse come se il passaporto potesse materializzarsi per compassione. Servono documento valido per l’espatrio, patente, carta di circolazione, assicurazione e, anche se il Certificato Internazionale di Assicurazione non risulta più obbligatorio per l’ingresso in Bosnia, una copia della cosiddetta Carta Verde è ancora prudente portarla. Fa parte di quelle cose che occupano poco spazio e possono risparmiare discussioni, cioè una delle poche magie vere del viaggio moderno. Dopo il confine, entrando verso Bosansko Grahovo, la strada si fa più rada. I paesi si allungano lungo la carreggiata, le case hanno cortili aperti, legna accatastata, piccoli negozi essenziali, stazioni di servizio che non sempre sembrano nate ieri. Qui è meglio non fare i raffinati: quando trovi benzina, fai benzina. Non perché si attraversi il Sahara, ma perché l’idea italiana del distributore ogni dieci minuti non funziona sempre. La moneta è il marco convertibile, anche se in alcune zone turistiche l’euro può essere accettato informalmente, con tutte le approssimazioni del caso. Meglio avere contante locale, pagare senza fare i professori di cambio e salutare con calma. In Bosnia il rapporto con le persone è spesso diretto, sobrio, poco incline alla teatralità. Gentilezza sì, invadenza no. Nei bar e nei piccoli locali conviene entrare con rispetto, chiedere prima, non fotografare persone, case o situazioni private come se il mondo fosse un fondale gratuito per social network. La civiltà, a quanto pare, ogni tanto richiede ancora fatica. La M142 verso Drvar è una delle parti più interessanti del giro. Il tracciato attraversa altopiani e zone boscose dove la quota si sente più nella temperatura che nel numero. La traccia supera i mille metri in più punti e arriva oltre i 1300 metri, abbastanza per cambiare luce, odore e ritmo della guida. Le curve non sono sempre spettacolari nel senso turistico del termine, ma sono vere. Alcune si aprono dolcemente, altre chiudono senza preavviso, e nei tratti ombreggiati il fondo può trattenere umidità o sporco anche quando il cielo è pulito. L’asfalto bosniaco lungo questo tipo di percorrenza è variabile. Ci sono pezzi dignitosi, quasi sorprendenti, e poi improvvisi rattoppi, avvallamenti, bordo carreggiata consumato, ghiaia sottile nelle curve vicino agli accessi sterrati. La guida migliore è quella rotonda, con traiettorie conservative e freno motore usato bene. La BMW R12 GS, con la sua impostazione più classica rispetto alle maxi enduro ipertecnologiche, qui ha senso. Non serve aggredire. Serve leggere. Drvar porta con sé una storia pesante. È legata alla Seconda guerra mondiale, alla resistenza jugoslava e alla figura di Tito, con la celebre grotta che fu rifugio e simbolo durante gli eventi del 1944. Non è un luogo da liquidare con due foto e una battuta. Attraversarlo significa entrare in una Bosnia interna dove la memoria jugoslava, la guerra recente e la vita quotidiana convivono in modo non sempre facile da decifrare. Per il motociclista questo si traduce in un atteggiamento semplice: rispetto. Niente commenti da bar sulle bandiere, sulle religioni, sulle guerre, sulle etnie. In Bosnia convivono bosgnacchi, croati e serbi, con tradizioni cattoliche, ortodosse e musulmane, e chi arriva da fuori farebbe bene a ricordarsi di essere ospite. Strano concetto, essere ospiti. Pare serva ancora. Da Drvar verso Podovi, Kolunić e poi lungo la M5 il viaggio prende una dimensione più ampia. La strada alterna boschi e aperture improvvise, con carreggiate che invitano a tenere andatura, ma non bisogna farsi ingannare. I limiti in Bosnia sono più bassi rispetto all’abitudine italiana sulle statali veloci: in genere 50 nei centri abitati, 80 fuori dai centri, 100 sulle strade riservate ai veicoli a motore e 130 in autostrada dove presente, salvo diversa segnaletica. I fari anabbaglianti vanno tenuti accesi, il casco è obbligatorio, il gilet riflettente è una di quelle dotazioni che sarebbe sciocco non avere a portata di mano. I controlli di polizia esistono, spesso discreti ma presenti, e sulle strade balcaniche l’idea di fare il fenomeno funziona male. Molto male. La zona di Jezero e Šipovo cambia ancora registro. L’acqua torna protagonista, con il sistema del Pliva e del Janj, corsi d’acqua limpidi che tagliano un territorio più verde, montano, meno aspro rispetto agli altopiani nudi. Qui la guida diventa più morbida, quasi rilassata, ma solo se non ci si distrae. Le curve seguono il terreno, l’umidità vicino ai fiumi può cambiare la percezione del fondo e nei paesi bisogna aspettarsi cani, trattori, pedoni, auto ferme dove non dovrebbero stare. Il mondo, del resto, non è stato progettato per il motociclista europeo col navigatore aggiornato. Gravissima mancanza. Da Gerzovo e Mlinište verso la M15 si risale dentro una Bosnia più alta, forestale, con la strada che lavora tra salite lunghe e discese dove i freni vanno usati con criterio. È un tratto da fare senza fretta, specialmente se il meteo cambia. A settembre il tempo può passare dal sole pulito alla nuvola bassa in poco, e quando l’aria si raffredda in quota anche l’asfalto perde quella confidenza immediata che aveva poco prima. Le ombre dei boschi tagliano la carreggiata, il microclima cambia a ogni versante, e il motociclista attento lo sente sulle mani prima ancora che sul termometro. Glamoč appare con il suo campo ampio, severo, quasi sospeso. È uno di quei luoghi dove la Bosnia sembra aprirsi tutta insieme, senza mare, senza fronzoli, con spazio e vento. La strada qui può dare soddisfazione, perché la visuale si allunga e la moto scorre bene, ma resta il solito discorso: attenzione al fondo, agli animali, ai mezzi lenti, alle curve che arrivano dopo lunghi rettilinei e sembrano più facili di quello che sono. Livno, più a sud, riporta una presenza urbana più definita e un paesaggio famoso anche per i cavalli selvatici dell’area del Cincar e dell’altopiano di Kruzi. Non sempre si vedono, e non è un safari da pretendere su appuntamento. Però sapere che quella vita esiste lì attorno cambia lo sguardo sul territorio. Da Livno verso Buško Jezero la luce si apre ancora. Il lago artificiale, tra i più estesi della Bosnia ed Erzegovina, distende l’orizzonte e prepara mentalmente al rientro verso la Croazia. La M16 e le strade successive riportano gradualmente verso il confine, Aržano e poi la discesa verso Pisak, dove l’Adriatico ricompare come una lama blu in fondo alla strada. Dopo ore di altopiani, boschi, frontiere e paesi dai nomi duri, il mare sembra quasi troppo facile. In realtà è solo il finale naturale di un giro che ha attraversato due paesi vicini e diversi, due modi di abitare lo stesso spazio balcanico, due culture separate da una frontiera vera e da una storia che non si cancella con un timbro. L’arrivo verso Pisak chiude il cerchio con una discesa che va guidata pulita, senza lasciarsi prendere dalla voglia di arrivare. Le strade costiere croate sanno essere splendide e traditrici insieme, con traffico turistico, auto distratte, pullman, camper e accessi laterali. Dopo la Bosnia interna, ordinata a modo suo e spesso più silenziosa, la costa sembra quasi rumorosa. La R12 GS si rimette in linea sul mare, il casco prende di nuovo odore di sale, e la traccia finisce dove la Dalmazia torna a fare quello che le riesce meglio: ricordarti che sei arrivato, ma che la strada, naturalmente, non aveva nessuna intenzione di spiegarti tutto.
Croazia da Zara a Sveti Juraj attraverso il Velebit
Zara, Velebit e rientro al mare: Croazia interna in BMW R 12 GS Il giro del 29 maggio 2026 in Croazia, percorso con la BMW R 12 GS, parte da Zara, Zadar nella forma croata, città adriatica con una storia lunga e stratificata, romana, veneziana, austro-ungarica e croata. Le sue mura, inserite nel sistema difensivo veneziano riconosciuto dall’UNESCO, restano sullo sfondo mentre la moto lascia il traffico urbano e comincia a puntare verso l’interno. È lì che il viaggio cambia subito tono. La costa resta alle spalle, insieme al mare, ai camper, agli autobus turistici e a quella guida intermittente che sulle strade litoranee può diventare più esercizio di pazienza che piacere motociclistico. La traccia GPX del percorso misura circa 219 chilometri e collega Zara a Sveti Juraj attraversando Burilovac Gornji, Dekić, Glavica, Petrali, la strada 59113, Lovinac, la 5165, Brkići, Pavlice, la 591100, Villa Suzana, la 50, Medak, Gospić, la 25, Novoselo Trnovačko, ancora la 25, Brušane, la 5199, la 5126, Štirovača, Krasno e Oltari. Alcuni nomi dei paesi croati non sono facili da scrivere, ricordare o digitare correttamente, e fingere il contrario sarebbe una cortesia inutile. Scaricando però la traccia e seguendola sul navigatore, il percorso diventa ripetibile al cento per cento, senza dover interpretare ogni cartello come se fosse un esame di linguistica slava. Uscendo da Zara, la strada attraversa prima una fascia ancora abitata, con rotonde, incroci e asfalto generalmente buono ma non sempre omogeneo. Poi, verso Burilovac Gornji, Dekić e Glavica, il paesaggio si apre. Le case si diradano, la vegetazione mediterranea lascia spazio a una campagna più asciutta, fatta di pietra, muretti, accessi sterrati e carreggiate secondarie. Il fondo è quasi sempre asfaltato, ma richiede attenzione. In diversi punti possono comparire ghiaietta, sporco portato dai trattori, rattoppi trasversali e piccoli cambi di grip. Nulla di drammatico, ma abbastanza per ricordare che la traiettoria pulita vale più della fretta. Verso Petrali e la strada 59113 la guida diventa più fluida. Le curve sono leggibili, non particolarmente strette, ma spesso raccordate in modo irregolare. La BMW R 12 GS si muove bene in questo contesto: è agile, semplice da inserire, stabile sul misto e meno impegnativa delle grandi maxi cariche come muli in vacanza. Non serve forzarla. Qui il piacere sta nel mantenere ritmo, sguardo lungo e margine, lasciando che la strada accompagni verso l’interno della Lika. Lovinac segna l’ingresso in una Croazia più continentale. L’altitudine sale senza brutalità, ma il cambiamento si sente nella luce, nell’aria e nel paesaggio. I campi carsici, le ondulazioni e le montagne sullo sfondo cominciano a preparare il Velebit. Sulla 5165, passando per Brkići e Pavlice, la strada resta piacevole, con tratti scorrevoli alternati a curve più raccolte. L’asfalto non è sempre perfetto, qualche bordo è sporco e nei punti meno esposti il fondo può conservare umidità. È una guida da motociclista sveglio, non da passeggero del proprio entusiasmo. Dopo Villa Suzana, la strada 50 porta verso Medak e Gospić. Qui il percorso si appoggia a una direttrice più importante, con carreggiata più ampia e fondo mediamente migliore. Gospić è il principale centro della Lika e rappresenta una sosta logica per carburante, acqua e pausa. Poco distante si trova Smiljan, luogo di nascita di Nikola Tesla, riferimento culturale importante della zona. Ma il senso del giro non è fermarsi a compilare cartoline: è attraversare un territorio vero, meno turistico della costa, più ruvido e silenzioso. Da Gospić, seguendo la 25 verso Novoselo Trnovačko e Brušane, il Velebit comincia a farsi sentire. La strada sale, la vegetazione aumenta, l’aria diventa più fresca. Brušane introduce alla parte più montana del giro. Sulle strade 5199 e 5126 la guida richiede precisione: curve in ombra, fondo variabile, possibili sassolini, foglie, aghi di pino e rami nei tratti boscati. Il traffico è scarso, ma proprio per questo non bisogna rilassarsi troppo. Quando sei lontano dai centri abitati, anche una sciocchezza meccanica o una scivolata stupida diventano subito più interessanti di quanto desideri. Štirovača, intorno ai 1100 metri di quota, è uno dei passaggi più belli del percorso. Nel Velebit settentrionale, tra boschi di conifere, sorgenti e ambiente carsico, la Croazia cambia completamente pelle. Dopo la luce dura dell’interno, qui arrivano ombra, fresco e silenzio. La R 12 GS lavora bene: posizione alta, buon controllo, motore pronto ma non invadente. Conviene guidare rotondi, senza tagliare le curve e senza cercare prestazioni inutili. La strada premia chi legge il fondo, non chi recita la parte dell’eroe in solitaria. Da Štirovača si prosegue verso Krasno, importante località montana legata al Parco nazionale del Velebit settentrionale. Il paesaggio alterna boschi, radure e case sparse. Poi la traccia scende verso Oltari, preparando il ritorno al mare. La discesa è uno dei momenti più piacevoli della giornata: curve, perdita di quota, luce che cambia, aria che torna più salmastra. Ma va affrontata con rispetto. In discesa ogni errore pesa di più, soprattutto se l’asfalto presenta rattoppi o sporco ai margini. L’arrivo a Sveti Juraj chiude il giro davanti all’Adriatico, a sud di Senj, con il Velebit alle spalle. Dopo costa, campagna interna, Lika, boschi e quota, il mare torna improvvisamente davanti alla ruota anteriore. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, ed è particolarmente utile per seguire senza incertezze un itinerario fatto di strade vere, nomi complicati e passaggi che meritano attenzione. Cavalletto giù, casco tolto, aria di mare. Il viaggio finisce lì.
